domenica, 30 marzo 2008
author: viareggina @ marzo 30, 2008 14:22
category: teatro, yvonne george, storie darchivio
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robert


Hai tanto sognato di me... Ed io dov'ero? Ero a vivere la mia vita di teatro e alcool, a lasciarmi sognare da te. Ho voluto che tu mi sognassi, non ho impedito alla mia anima di venirti  a cercare, di venirti a vegliare e svegliare. Ho camminato come un'ombra nelle tue notti insonni, consapevole che i miei passi pur felpati ti avrebbero destato i sensi ed il cuore. Sono arrivata là, fin dove non avresti voluto, dove a nessuna hai permesso di arrivare, sapendo cosa avrei trovato ho continuato a passeggiare, silente e ad occhi chiusi, sui tuoi sogni. Quante volte hai creduto che non ti amassi, Robert? Quante volte hai soccorso la mia anima bruciata da un inferno di fumo e visioni ad alta gradazione? Quante volte hai difeso il mio nome, regalandomi una stella affinché ne contassi le punte e associassi ad ognuna i sensi che risvegliavo in te. Ed inconsapevolmente, in me. Non è vero che io non ti ho amato. Ti ho amato di quell'amore che non va sciupato, non va detto, non va neppure sussurrato. Ho permesso a te di non amarmi come avresti voluto, e lo permettevo a tutti gli altri, a tutte le altre. Nell'escluderti ti ho dato l'esclusiva sui miei occhi truccati di nero. A te niente di tutto. Agli altri il tutto di niente. Differenza sottile ed enorme.
No, Robert. Non è tardi per dirti che che crudelmente, brutalmente, esclusivamente io ti ho amato.

Yvonne
giovedì, 27 marzo 2008
author: viareggina @ marzo 27, 2008 14:54
category: testi, teatro, passione
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pioggia

Sete di te m'incalza nelle notti affamate.

Tremula mano rossa che si leva fino alla tua vita.
Ebbra di sete, pazza di sete, sete di selva riarsa.
Sete di metallo ardente, sete di radici avide.
Verso dove, nelle sere in cui i tuoi occhi non vadano
in viaggio verso i miei occhi, attendendoti allora.


Sei piena di tutte le ombre che mi spiano.
Mi segui come gli astri seguono la notte.
Mia madre mi partorì pieno di domande sottili.
Tu a tutte rispondi. Sei piena di voci.
Ancora bianca che cadi sul mare che attraversiamo.
Solco per il torbido seme del mio nome.
Esista una terra mia che non copra la tua orma.
Senza i tuoi occhi erranti, nella notte, verso dove.


Per questo sei la sete e ciò che deve saziarla.
Come poter non amarti se per questo devo amarti.
Se questo è il legame come poterlo tagliare, come.
Come, se persino le mie ossa hanno sete delle tue ossa.
Sete di te, sete di te, ghirlanda atroce e dolce.
Sete di te, che nelle notti mi morde come un cane.
Gli occhi hanno sete, perché esistono i tuoi occhi.
La bocca ha sete, perché esistono i tuoi baci.
L'anima è accesa di queste braccia che ti amano.
Il corpo, incendio vivo che brucerà il tuo corpo.
Di sete. Sete infinita. Sete che cerca la tua sete.
E in essa si distrugge come l'acqua nel fuoco.

P.Neruda

lunedì, 24 marzo 2008
author: viareggina @ marzo 24, 2008 11:24
category: testi, teatro, shakespeare, passione
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Addio, sei troppo prezioso perché io ti possegga,
e assai probabilmente tu conosci la tua stima;
la carta dei tuoi pregi ti consente di affrancarti;
i miei titoli su di te sono tutti scaduti.
Perché come ti tengo  se non per tua concessione,
e di tale ricchezza dov'è il mio merito?
Ragione di questo bel dono a me manca,
e così il mio diritto si sperde e a te si rende.
Tu desti te stesso, ignorando allora i tuoi pregi,
o me, a cui ti desti, prendendo per un altro;
così il tuo gran  dono, cresciuto su un malinteso,
se ne ritorna a casa, ora che tu giudichi meglio.
Ti ho avuto, quindi, come un sogno che lusinga:
nel sonno un re, al risveglio tutt'altro.

W. Shakespeare
giovedì, 20 marzo 2008
author: viareggina @ marzo 20, 2008 18:50
category: teatro, perle di saggezza, passione
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Vi scrivo una lettera dopo una prova in cui ho detto delle vostre parole. Le ho dette a me stesso, le ho dette a Giulia che era Claudia, le ho dette ai ragazzi, le ho dette a un pubblico ancora immaginario. Domani non lo sarà più. Sarà il pubblico vero, l’unico, eterno, uguale pubblico di sempre…. Ci siamo nutriti con grande commozione, con una enorme gratitudine dei vostri pensieri, ed io questa notte non so dirvi molto. Come sempre i pensieri e le parole sono confuse, ma le sensazioni nette e chiare. Mi avete insegnato voi a non cercare di capire troppo nel teatro. Mi avete detto voi: “L’intelligenza per un attore è sentire molto alto.”. E mi avete detto voi: “L’albero che cresce non pensa di crescere. Cresce e basta.”. Pure anche in me, come in voi, c’è questo bisogno di capire, di pensare al teatro, al nostro mestiere. “Come si può fare teatro senza pensare al teatro?” dicevate. A me viene da scrivere: come si fa a resistere tanti anni, dentro questo mestiere che ha sempre in sé qualcosa di infame e di indegno, qualcosa di vano e di inutile? Avete resistito voi fino all’ultimo. Sto resistendo anch’io. E forse solo oggi sono riuscito finalmente a capire quello che volevate, dicendomi una sera, dopo una recita proprio del Don Giovanni, ad un tavolo anonimo e per me indimenticabile: “Gli attori non hanno vocazione. Se viene, per gli attori, viene dopo. Arriva alla fine.”. Furono queste esattamente le vostre parole. Nella mia giovinezza entusiasta, vi ascoltavo. Qualcosa capivo. Ma questo non lo potevo capire. Mi sentivo assolutamente votato, in quel momento, al teatro. Ero follemente pieno di vocazione teatrale, di stupore, di amore teatrale, di passione teatrale. Perché, perché avrei dovuto aspettare alla fine? Sono passati anni ed anni di pratica e di mestiere. Lunghissimi e rapidissimi, uno spettacolo dopo l’altro, una voce, un suono, una luce dopo l’altra e sono arrivato qui, a questo desolato dopoprova, sono nella penombra della stanza, alla mia vecchia macchina da scrivere che perde i colpi e si mangia le parole troppo consunte. A parlare con me stesso e al mondo, che assolutamente non sente, ancora del teatro. Ad essere ancora nel teatro, direi senza pietà, senza riserve, disperatamente toccato dal Teatro come, per chi crede, dalla Grazia. E vi scrivo per farvi sapere, in qualche modo, che adesso, solo adesso, ho capito. Che solo adesso nell’angoscia estrema, nella stanchezza estrema, nella nausea estrema, nel rifiuto estremo del teatro, non potendolo rifiutare perché più forte di me, più forte di tutto, adesso so cos’è non la passione teatrale (quella era così facile, così calda, così immemore e felice!) ma la vocazione teatrale, che è pietra e sangue. Proprio adesso che è tanto tardi so che questa vocazione mi possiede tutto e che prima mi ha messo solo alla prova. Forse anche quella di oggi è ancora una prova. Ma se prova è essa è estrema. È l’ultima. Patron, si io sto vivendo, accanto a voi, l’ultima prova d’amore che il teatro mi chiede. Ora non posso proprio dargli di più. Non mi è rimasto niente. Sono finalmente e totalmente spossato di me. Resta solo lui, fuoco che brucia con un fulgore insostenibile, senza fiamma. E senza cenere. Come astro che sparge i suoi ultimi atomi nell’Universo. Amen.

mercoledì, 19 marzo 2008
author: viareggina @ marzo 19, 2008 14:58
category: testi, clown
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Con il sorriso dipinto di un clown
l'ultima scena la faccio per te,
per una vita dovrai ricordare
l'attimo in cui hai perso me...
L'indifferenza totale che tu
da gran signore giocavi con me,
vedi che anch'io la so recitare
e caso strano fa male anche a te
Chissà perché tu che eri un re...
E mi vorrai come allora
perché uscendo dalla porta ho riso ancora
perché il cuore paga chi non soffre mai e
 mi vorrai di più ancora,
bella stupida convinta che l'amore
fosse dire a quel telefono "dai, suona se puoi,
fa' che sia lui, fa' che sia lui"
E poi c'è un ultimo gesto del clown
che non vedrai, che io tengo per me
Togliere questo sorriso e gridare
che t'amo ancora ma non lo saprai 
e mi vorrai come allora
perché uscendo dalla porta ho riso ancora
perché il cuore paga chi non soffre mai e
e mi vorrai di più ancora,
bella stupida convinta che l'amore
fosse dire a quel telefono "dai, suona se puoi,
fa' che sia lui, fa' che sia lui",
fosse dire a quel telefono "dai, suona se puoi,
fa' che sia lui, fa' che sia lui"...

Mina

Grazie a ClownMargherito...
martedì, 11 marzo 2008
author: viareggina @ marzo 11, 2008 14:55
category: teatro, passione, io
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Mi manchi. Non posso star lì a guardarti da una quinta, non riesco a star ferma a vederti vivere da altri. Ho bisogno di te. Ho bisogno della tua adrenalina, del tuo crudele sfuggirmi, del tuo sorprendente trovarmi, del tuo meraviglioso odore. Freneticamente vivo e faccio vivere la tua passione, e vi osservo. Come una spia nell'ombra guardo i movimenti degli altri con te, per te, su te. Sono gelosa, dai miei occhi scaricano fulmini su tutta la tua superficie, anzi sulla loro, che pure amo. Vorrei che scomparissero nel nulla. Nascosta in un palco di second'ordine provo a recitare una preghiera ancestrale, un rito magico... Non funziona. Certo, so attendere. Con trepidazione, eccitazione, ansia, paura ed una sorda rabbia, una cieca passione, una folle ed inimmaginabile  forza.
Intanto però sto soffrendo questa lontananza, questa attesa... In questo Teatro che sa davvero di Te...
giovedì, 06 marzo 2008
author: viareggina @ marzo 06, 2008 19:07
category: io
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I miei silenzi sono rari, di solito. Sto in silenzio quando penso, quando studio, quando cerco un personaggio, quando non ho niente da dire. Da qualche ora sto in silenzio perché probabilmente il mio corpo ha espresso con una laringo-tracheite il mio desiderio di starmene isolata, in silenzio. Completamente afona, fatico  a far uscire un suono per farmi comprendere e scopro con meraviglia e soddisfazione che tutti mi stanno maggiormente ad ascoltare. Apro la bocca per sussurrare (di più non riesco) e intorno a me cala il silenzio perfetto.
Quante volte ho gridato, quante volte ho cercato di far sentire la mia voce in mezzo ad un popolo di sordi...  Scopro che basta perder la voce per far la voce grossa. Ne farò tesoro. E' così bello, del resto, il silenzio... Soprattutto dopo troppo tempo passato a parlare da sola.
domenica, 02 marzo 2008
author: viareggina @ marzo 02, 2008 19:01
category: testi, teatro, shakespeare, passione, formazione
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Giulietta

            Vuoi andare già via? Ancora è lontano il giorno:

non era l'allodola, era l'usignolo

che trafisse il tuo orecchio timoroso:

canta ogni notte laggiù dal melograno;

credimi, amore, era l'usignolo.


Romeo

            Era l'allodola, messaggera dell'alba,

non l'usignolo. Guarda, amore, la luce invidiosa

a strisce orla le nubi che si sciolgono a oriente;

le candele della notte non ardono più e il giorno

in punta di piedi si sporge felice dalle cime

nebbiose dei monti. Devo andare: è la vita,

o restare e morire.


Giulietta

            Quel chiarore laggiù

non è la luce del giorno, lo so: è una meteora

che si libera per te dal sole questa notte,

la torcia per farti lume sulla via di Mantova;

dunque rimani ancora, c'è tempo per andare.


Romeo

        Mi prendano pure, sarà certo la morte,

ma sono felice se tu vuoi così. E dirò, allora,

che là, quel grigio non è l'occhio del mattino

ma il fioco riverbero della fronte di Cinzia;

che non è l'allodola a battere la volta

del cielo, così alta su noi. Io voglio restare,

non voglio più partire: vieni, o morte,

sarai la benvenuta! Vuole così Giulietta.

Che c'è, anima? Parliamo, non è giorno.


Giulietta

            E' giorno, è giorno: dunque, presto, va' via!

E' l'allodola che canta fuori tono

forzando su dissonanze e aspri acuti.

Dicono che l'allodola divida con dolcezza

ogni accordo: questa non ci divide con dolcezza;

e ancora, che l'allodola e il rospo ripugnante

abbiano scambiato i loro occhi:

così avessero fatto anche della voce,

poi che quella voce lotta il nostro abbraccio,

perché ti caccia da me, col suo richiamo al giorno.

Oh, va', ora, va'; si fa sempre più luce.